Introduzione all’inferno : Il viaggio inaspettato.

Forse questo mondo è l’inferno di un altro pianeta.
(Aldous Huxley)

Era di lunedì . Il giorno perfetto per i nuovi inizi.

A pochi passi dalla vita di tutti i giorni si nascondono realtà inaspettate . Restano li in attesa di un aiuto, ma è difficile accorgesi della loro esistenza se non ci si imbatte casualmente.

Un giorno, quasi per sbaglio, mi trovai nella sala d’attesa dell’inferno.

La giornata non era delle migliori. Il cielo era cupo e l’aria densa, anzi ritratto, molto densa. Sarà stato il periodo dei pollini, essendo allergico è facile immaginare il fastidio che si prova già al solo pensiero di dover sopportare forti bruciori agli occhi, tremendi mal di testa e frequenti starnuti. In fondo, però, ci sono abituato. Cosi armato di ogni tipo di antistaminico esistente mi faccio coraggio, e affronto la giornata nel migliore dei modi.

Il lavoro spesso mi fa conoscere posto nuovi. Alcuni belli, altri brutti. Insomma è difficile immaginare quello che può capitare.

Mai avrei immaginato, però, una realtà cosi agghiacciante.

Mi segnalano una proprietà in aperta campagna. Un immobile di oltre 6000 mq. Dico – “Bene!”- fra me e me – “Do uno sguardo veloce senza dilungarmi troppo e vado avanti”.

Gli immobili cosi grandi, salvo rare eccezioni, sono di scarso interesse per la mia azienda ed è per questo che scartandolo senza porci troppa attenzione posso continuare a visionare altri immobili, ma comunque una visita di cortesia devo pur farla.

Arrivato li scopro che non c’è nessuno ad attendermi. Il giro panoramico devo farlo da solo; pazienza vuol dire che il tour sarà ancora più veloce.

Il fabbricato era proprio come l’avevo immaginato. Alto, trascurato, spoglio e tetro.

Il giardino era ormai diventato un bosco. Ho fatto fatica a trovare l’ingresso e sono stato punto svariate volte da non so cosa. Dal cartello posto alla destra della porta d’ingresso scopro che mi trovavo in un ormai ex centro riabilitativo gestito da, a suo tempo, un convento di suore.

La cosa mi fa venire i brividi.

Pensandoci bene sarei dovuto subito andare via, ma stranamente quell’ambiente cosi angusto ha sprigionato in me una certa curiosità e quindi ho proseguito nel mio solitario giro panoramico.

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Tutto era quasi nella norma. Il tempo aveva dato i suoi frutti. Porte e finestre non esistevano più. Intonaco divorato dall’umidità e impianto elettrico portato via. Immagino da qualcuno di passaggio per racimolare qualche soldo in più.

Le stanze erano molto ampie ed ognuna dedicata ad aziende o enti dello stato che avevano contribuito alla loro realizzazione.

Vedere tutto in quello stato di abbandono faceva riflettere.

Tutto nella “norma” fin qui, ma ai piani superiori la cosa cambia.

L’immobile era composto da tre piani. Il primo piano regolare .

Il secondo non tanto.

Al secondo piano la mia attenzione viene attirata da una serie di sgabelli di legno, di quelli che si usano nelle scuole per l’infanzia. Erano messi in circolo, in ordine e per nulla messi a caso. Ciò dimostrato da una decina di bottiglie di plastica poste al centro del medesimo circolo. Quasi come se i partecipanti alla seduta volessero venerarle o quanto meno parlarne.

Prestando poca attenzione alla cosa decido di girovagare un po’. Vedo una stanza chiusa da una tenda malridotta e stropicciata. La sposto.

Entro, e tutto improvvisamente diventa raccapricciante. Ad ogni lato della stanza c’erano degli enormi cuscini, quelli ingombranti di vecchio stampo, con delle coperte rossicce, sporche e macchiate di ogni cosa. A terra era sparso in ogni dove l’essenza dell’intero piano. Una distesa di siringhe mediche usate, bottiglie di plastica tranciate a metà (alcune intere), cucchiai in acciaio e svariate scatole di medicinali poste a piramide .Quasi fossero li per gioco.

Era facile indovinare chi frequentasse quei luoghi. La mia paura in quel momento era quella di trovare qualche cadavere, probabilmente per overdose, sparso li in qualche angolo buio o sotto quelle enormi coperte.

Inizio a sudare. Mi chiedo – “e se dovessi incontrare qualcuno?”.

A quel punto sarebbe stato meglio tornare indietro; c’era ancora un piano da visitare. Il terzo.

Mi decido e salgo. La paura è tanta. La curiosità ancora più forte.

Il terzo piano non è come quello precedente. I locali sono molto ordinati, anzi azzarderei, in un certo senso, “puliti”.

Le prime stanze sono in regola. Le ultime no.

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Noto dei materassi. Sporchi, molto sporchi. Un piccolo cucinino, qualche pacco di pasta e ai lati della stanza delle carcasse animali.

Noto delle piume.

“Oddio” – Dico nei miei pensieri. “Sono carcasse di piccioni!” Anche le piume sparse a terra sono dello stesso animale.

Una triste conferma la trovo nel cucinino di fortuna abbozzato in un angolo. In quelle pentole c’erano ancora gli avanzi della cena passata.

Chi vive qui mangia piccioni.

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Ora, proprio per puntualizzare la cosa, nelle cucine di tutto il mondo compresa quella italiana, per anni i migliori chef hanno cucinato piccioni facendone dei piatti prelibati e squisiti. Di recente anche in MasterChef Italia i concorrenti cucinano il piccione.

Il problema sta nella provenienza dell’animale. Non credo che i piccioni ritrovati provengano da allevamenti garantiti e tutelati. Anzi quasi sicuramente saranno stati catturati nello stesso stabilimento, se non trovati già morti e li per li cucinati. Azzardo nella mia mente i nomi di svariate malattie che possono trasmettere. Mi viene in mente la Salmonella o la Tubercolosi.

Mangiare animali del genere è stato il frutto della disperazione. Di persone senza alternative. Di persone che in quel momento avrebbero mangiato di tutto.

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Alla vista di tutto questo decido di andare via. Non sono abituato scenari del genere.

Mi sento strano.

In quel momento l’unica emozione che riesco a provare è un enorme tristezza. Tutto quello che ho appena visto mi rende triste.

Al piano terra mi accorgo di una piscina. Molto grande e piena d’acqua piovana.

Mi avvicino. E’ sporca ,completamente sporca. C’è ogni tipo di rifiuto. Liquami indefiniti; e proprio tra tutto quello che non volevo trovare. Cosa trovo?

I piccioni. Cadaveri di piccioni ovunque; ed è facile cosi capire da dove provenissero i pasti del terzo piano.

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Ne ho troppo di tutto quello appena visto. Senza essermene accorto ho passato due ore della mia mattinata in quel posto raccapricciante.

Mentre m’incammino verso la mia auto noto un ragazzo dell’est, probabilmente romeno, e chiedo informazioni in merito a quello che accadesse in quello stabile.

Mi dice senza mezzi termini che quello è il ritrovo dei tossici e senzatetto della zona. Che li ci va chi non ha un posto dove andare, chi è stato scartato dallo stato. Li non ci mette piede nessuno. E’ stato abbandonato da tutti, anche dai politici che in cambio di voti avevano promesso al vicinato la riqualificazione dell’intera zona.

Dice anche che non ho incontrato nessuno perché chi ci abita la mattina va a fare qualche lavoretto, o elemosinare.

Ringrazio e vado in auto. Prima di entrare un signore anziano in lontananza mi chiama urlando il mio nome.

Mi avvicino. – “Sei tu il ragazzo per il sopralluogo?”

Rispondo – “Si”.

Lui – “Allora seguimi! Dobbiamo andare nel capanno dietro la strada.”

Non ci potevo credere. Avevo sbagliato viale.

Avevo perso quasi due ore visitando uno di quei luoghi al mondo dimenticati da tutti ,anche da Dio.

Al signore anziano chiaramente non ho detto nulla.

Sono stato tutto il giorno a riflettere su quello che avevo vissuto in quelle stanze. Sono stato impulsivo. Avrei dovuto riflettere e guardarmi bene intorno prima di addentrarmi li. Chissà cosa sarebbe potuto accadermi.

Sapevo dell’esistenza di posti simili, ma mai avrei potuto immaginare le sensazioni provate.

Se ci penso sono ancora triste. Triste per quelle persone. Triste per il mondo.

 

Vincenzo Lo Cascio

 

 

 

 

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